
In altre epoche, pubblico appassionato, stampa e addetti ai lavori starebbero — in queste ore, in questi giorni — osannando quanto avvenuto in pista. Il GP d’Austria 2019, infatti, non ha smentito le attese. Ancora una volta, il Red Bull Ring ha regalato un GP emozionante, avvincente. Una corsa degna del blasone della F1. Una corsa nel corso della quale i piloti, tutti, hanno offerto uno spettacolo (è proprio il caso di dire) di altissimo livello. In altre epoche, si sarebbero consumati e si starebbero consumando fiumi di inchiostro, finalizzati a celebrare la gara di Max Verstappen e Charles Leclerc, due cristallini talenti che, con sublime guida e straordinaria tenacia, hanno impreziosito la corsa in terra di Stiria.
E invece no. Siamo nel 2019 e la Formula 1 vive, da anni, un cortocircuito concettuale a dir poco imbarazzante. Una masochistica contraddizione che sta rendendo le cronache sportive della F1 una sorta di perenne moviola, una moviola in cui l’arbitro è cornuto e corrotto a seconda delle circostanze, delle tifoserie, delle parrocchiette.
Tutti, a parole, invocano e bramano duelli all’arma bianca ma, nei fatti, questo desiderio rimane lettera morta. Gli stessi che inneggiano al celeberrimo duello Arnoux-Villeneuve (Digione 1979) sono gli stessi che, oggi, reclamano a gran voce penalità, sanzioni. Alla prima ruotata, al primo contatto, al primo duello a baionette innestate ecco che le fazioni interessate (ad iniziare dai piloti, Team Principal, addetti ai lavori assortiti e parte della stampa) invocano sanzioni, penalità, appellandosi ad un regolamento che a volte detestano altre volte adorano. “È stata colpa sua, mi ha spinto fuori! È stata colpa sua, mi ha toccato!”, e via di questo passo. Un passo, tuttavia, deleterio, degno di un asilo più che di professionisti del volante. Non vi è gara, ormai, in cui piloti, Team Principal e tifosi non invochino penalità di qualche tipo contro il “pilota-cornuto-e-favorito-dalla-FIA” di turno. E, cosa ancor più sconcertante, spesso le penalità arrivano: puntuali, antipatiche come le tasse, comminate da commissari (tra cui ex, rinomati piloti) i quali, anziché lasciar correre e benedire i duelli “maschi”, preferiscono bacchettare i piloti, innescando un circolo tanto vizioso quanto dannoso per la F1 e per tutto il motorsport in generale. Consapevoli di questo perverso meccanismo, sono proprio i piloti — al primo “contatto ravvicinato” — ad invocare via radio la penalità ai danni dell’avversario. Signori, così non va.
Fortunatamente, la vittoria conquistata sul campo da Max Verstappen è stata confermata dagli stewards, i quali hanno ritenuto il blando contatto tra le due vetture un semplice incidente di gara. “Racing”, appunto. La ragione, almeno per questa volta, ha trionfato.
Come spezzare, tuttavia, il suddetto nefasto meccanismo, il perverso sistema che, ad ogni GP, ci porta a parlare di investigazioni, penalità, sanzioni e reclami?
La soluzione, signori, è semplice, a portata di mano. Anzitutto, occorre riscrivere i regolamenti sportivi e ritarare i metri di valutazione, allargando (e di tanto) le maglie, ossia concedere ai piloti “spazi di manovra” — ossia di azione — decisamente più ampi: nella sostanza, bisogna tornare a tollerare manovre di sorpasso oggi considerate “scorrette” e contatti evidentemente accidentali e non malignamente voluti e cercati. In secondo luogo, l’attuale regolamento (eccessivamente punitivo) va applicato seguendo quel buonsenso sovente accantonato in nome di una distorta forma di giustizia sportiva; raramente, infatti, un pilota cerca di danneggiare deliberatamente l’avversario: il rischio, ovvio, è quello di danneggiare anche la propria corsa! Perché, quindi, cercare dolo dove dolo non c’è? Le velocità in gioco e l’agonismo sono elementi da tenere sempre in conto ai fini di una corretta analisi. Immaginate se, in ambito motociclistico, i commissari dovessero comminare penalità ad ogni scivolata multipla nella quale rimangono coinvolti due o più piloti: ad ogni GP, sarebbe una sequela interminabile di sanzioni.
E i precedenti? I precedenti, spesso frutto di errate decisioni da parte dei commissari, vanno semplicemente consegnati alla storia. I precedenti, se errati e ritenuti eccessivamente sanzionatori, non vanno — nell’ottica di un ritorno a battaglie e duelli più maschi e di un reset totale del sistema sportivo — considerati. Facciamo un esempio.
La sanzione comminata a Sebastian Vettel in occasione del GP del Canada va, in questa ottica di “repulisti” concettuale e sportivo, consegnata alla storia come decisione errata. Errare è umano ma perseverare è diabolico, recita il detto. Una penalità ingiusta, anche se (malamente) applicata, non deve creare precedente. I precedenti da seguire debbono essere Digione ’79, Austria 2019 e tutti quei GP in cui i commissari hanno prestato fede al detto “it’s racing” e non Canada o Francia 2019.
Bene hanno fatto, quindi, i commissari del GP d’Austria 2019 a non farsi ingannare dai precedenti: il controverso contatto Nico Rosberg-Lewis Hamilton datato 2016, infatti, presenta caratteristiche assai diverse rispetto al contatto Verstappen-Leclerc. Non solo: bene hanno fatto i commissari a non ritenere attendibili, nella valutazione del caso Verstappen-Leclerc, quei mille episodi in cui — purtroppo — i commissari hanno comminato penalità ai limiti del ridicolo.
Insomma, pretendiamo stewards di manica larga, vogliamo piloti più uomini e meno bambini, che non si “attacchino” alla radio al minimo “incontro ravvicinato”, che sappiano accettare la sconfitta, che sappiano divertirsi anche quando escono sconfitti da un duello maschio. Piloti “rieducati” alle corse, all’autentico spirito “racing”. Se oltre alle penalità (assurde) per le sostituzioni di motore e cambio ci si mettono anche le sanzioni al minimo contatto o manovra più aggressiva rispetto ai tanti, banali sorpassini e sorpassucoli a DRS attivato, la F1 rischia di diventare seriamente un litigioso e patetico Tribunale.
Polemiche a parte, il XXXVIII Grosser Preis von Österreich ci consegna, in modo impronosticabile, una Red Bull RB15-Honda in grado di domare Mercedes F1 W10 e Ferrari SF90. Ma, ancora una volta, grazie al solo Max Verstappen. Per il pilota olandese, infatti, si tratta della sesta vittoria in F1 (la seconda consecutiva conseguita sul tracciato austriaco). Il figlio d’arte è anche autore del giro più veloce in gara: 1’07”475 (media di 230,379 km/h) segnato al giro 60 con pneumatici Hard C2 (montati al 31° passaggio), un crono migliore di quello fatto segnare da Vettel (giro 62, 1’07”676) con gomme Soft C4 montate al giro 50. I 71 giri di corsa previsti vengono coperti da Verstappen in 1h 22m 01,822s, alla media di 224,150 km/h.
La Red Bull RB15-Honda si è dimostrata, tra i rettilinei e le curve del Red Bull Ring, monoposto veloce e particolarmente agile. Una prestazione maiuscola frutto dell’incessante lavoro all’interno del team di Milton Keynes e di una collaborazione con Honda che, dati alla mano, sta producendo risultati insperati sino a pochi anni, mesi fa. Il divario prestazionale tra “power unit” Honda, Ferrari e Mercedes esiste ancora ma, verosimilmente, è stato ulteriormente ridotto dai tecnici giapponesi grazie alla introduzione di una nuova “Spec”. Con una condotta di gara impeccabile (nonostante la pessima partenza dalla prima fila), Verstappen è stato in grado di “sgambettare” Ferrari e Mercedes (inatteso il tonfo delle monoposto di Hamilton e Bottas, mai capaci di impensierire Ferrari e la Red Bull di Verstappen).
La Honda, per la 73a volta, trionfa in F1: l’ultima vittoria di una monoposto motorizzata Honda risale al GP di Ungheria 2006, occasione in cui Jenson Button portava sul gradino più alto del podio la propria Honda RA106, spinta dal V8 (aspirato, 2400cc) RA806E.
Il box Red Bull, tuttavia, può gioire solo a metà. Se da un lato il team anglo-austriaco gongola per i risultati colti dal talento olandese, dall’altro deve fare i conti con un Pierre Gasly altamente insufficiente. Per il pilota francese un magro 7° posto ad 1 giro dal vincitore — ossia il proprio compagno di squadra — alle spalle di Lando Norris, 6° al traguardo e sempre più fenomenale al volante della sua McLaren MCL34-Renault.
La classifica Piloti parla chiaro: Max Verstappen, all’indomani del GP d’Austria, occupa la 3a posizione (126 punti), alle spalle di Lewis Hamilton (197) e Valtteri Bottas (166), ma davanti a Sebastian Vettel — 4° con 123 punti — e Charles Leclerc, 5° a quota 105 punti. Una classifica, pertanto, molto stretta e ancora destinata a subire importanti variazioni. Gasly, invece, occupa la 6a posizione, ma assai distaccato dal quintetto di testa: per il francese solo 43 punti, a precedere Carlos Sainz (30) e Lando Norris (22).
La Red Bull, dal canto suo, consolida il 3° posto nel Mondiale Costruttori: con 169 punti, sarà molto arduo contrastare Mercedes (363) e Ferrari (228), scuderie che possono sfoggiare due punte di diamante, al contrario della Red Bull, la quale può affidarsi — al momento — al solo Verstappen.
Prossima tappa, Silverstone, 14 luglio. Si accettano scommesse. E, perché no, anche vendette.