
Quando il marketing e le “operazioni simpatia” incontrano la spietatezza dello sport e della pista, non sempre i risultati e i riscontri sono positivi. Le prime pagine fatte di roboanti titoloni, le rosee aspettative, i sensazionalismi ed i magniloquenti pronostici lasciano, man mano, il posto alla cruda realtà.
Robert Kubica rappresenta solo l’ultimo caso di “operazione simpatia” fallita. Sgombriamo il campo da qualsivoglia maldicenza o affermazione atta a screditare l’onesto lavoro svolto dal pilota polacco. Ed il motivo è presto detto.
Il ritorno in Formula 1 di Robert Kubica costituisce un autentico atto di eroismo sportivo. All’alba della stagione di F1 2011, infatti, Kubica rimane seriamente ferito in un terribile incidente occorsogli in occasione del Rally Ronde di Andora. Riesce a salvarsi ma la carriera in Formula 1 sembra ormai consegnata al passato. Una carriera, sino al GP di Abu Dhabi 2010, ricca di contenuti, risultati e speranze. Dal GP di Ungheria 2006 all’appena menzionato GP asiatico disputato il 14 novembre 2010 sul tracciato di Yas Marina (concluso al 5° posto, Renault R30), Kubica disputa 76 Gran Premi con BMW-Sauber prima e Renault poi.
In questo arco di tempo conquista 1 vittoria (GP del Canada 2008, BMW-Sauber F1.08), 12 podi complessivi, 1 pole-position, 1 giro più veloce in gara.
L’incidente, la riabilitazione, il saltuario ritorno alle corse in categorie che, però, non riescono a colmare la voglia di F1 del pilota di Cracovia. L’approdo in Williams, in questo 2019, chiude il cerchio. Grazie al progresso scientifico globalmente inteso e alla forza di volontà umana, Kubica è ritornato ad impugnare un volante di una monoposto di F1. E poco importa se è quello della non competitiva Williams FW42-Mercedes. La favola è compiuta.
Una favola, però, non a lieto fine e che, sotto certi aspetti, si è tramutata in un boomerang professionale. La pur interessante e bellissima Williams FW42-Mercedes si sta rivelando auto affatto competitiva. Ingiudicabili, causa netta inferiorità della monoposto in questione, le prestazioni ed il reale valore di Robert Kubica e, soprattutto, di un astro nascente come George Russell. Tuttavia, il fallimento dell'”operazione Kubica” appare evidente.
Vi è, anzitutto, un discorso da affrontare, relativo ad una certa parte di pubblico appassionato e di addetti ai lavori. In molti, infatti, ritenevano che il problema della Williams si chiamasse Lance Stroll. “Con Kubica la musica cambierà, altro che quel pilota pagante figlio di papà…”, dicevano. Insomma, il solito, stantio ritornello che vuole i piloti ricchi, paganti (esistono piloti squattrinati e non paganti?) e figli di papà degli emeriti “scarsoni” ed i (sedicenti) piloti non paganti e non figli di papà tutti dei talenti…
In realtà il problema della Williams era ed è la Williams stessa. Kubica, dal canto suo, non ha risollevato (come era logico e ovvio aspettarsi…) le sorti tecniche e sportive della Williams.
Il punto conquistato in occasione del “pazzo” GP di Germania (Kubica agguanta il 10° posto a seguito delle penalità inflitte alle Alfa Romeo C38-Ferrari di Raikkonen e Giovinazzi) è una magra consolazione che non lenisce i patemi di una stagione assai deficitaria. Bravo, comunque, a strappare il punticino ai danni del proprio compagno di squadra.
L'”operazione simpatia” dell’anno, dunque, si trasforma ben presto in una sorta di incubo sportivo. La domanda nasce spontanea: valeva la pena? Solo Kubica e la Williams conoscono la risposta più profonda.
La fine del rapporto di collaborazione tra Williams e Kubica ed il probabile approdo, nel 2020, nel più abbordabile DTM costituiscono il solo epilogo possibile. Kubica, ormai, non è più un pilota all’altezza della Formula 1. Inoltre, l’età gioca a suo sfavore (è un classe 1984).
Il “marketing” e ritorni di fiamma sulla carta sbalorditivi sono capaci di riservare colpi mancini. Anche ai campioni del mondo. Alan Jones, ritiratosi (da vincente) dalla F1 a fine 1981, riappare nel 1983 (GP Stati Uniti Ovest, Arrows A6-Cosworth), quindi ritorna ufficialmente alle corse nel 1985, ingaggiato dal Team Haas (Lola THL1-Hart). Nel 1986, l’australiano — dapprima ancora al volante della Lola ereditata dalla stagione 1985, quindi della nuova THL2-Cosworth V6 Turbo — riesce ad andare a punti in occasione dei GP d’Austria (4°) e Italia (6°). Un ritorno tra luci e ombre che si esaurisce a fine 1986.
La storia si ripeterà anni dopo, quando Michael Schumacher — a seguito di un’abile operazione di marketing “made in F1” — ritorna ai Gran Premi in seno al neonato Mercedes GP Petronas F1 Team. L’anno è il 2010, la vettura la Mercedes MGP W01, erede di quella Brawn GP BGP 001 laureatasi campione del mondo appena un anno prima.
Dal 2010 al 2012, il sette volte campione del mondo non è mai realmente in grado di graffiare come fatto dal 1991 al 2006: alla guida di vetture discrete ma, soprattutto, stanco, appagato, svogliato.
Rimangono ancora cinque GP prima che Robert Kubica scriva, forse per sempre, la parola “fine” alla propria avventura in F1. Il pilota polacco incarna, a tutt’oggi, uno dei più eclatanti “what if” nella storia recente della F1. Un innegabile talento al quale, tuttavia, non è bastata una “operazione simpatia” per tornare in auge nel competitivo e spietato circus iridato.
Alla Williams, per risorgere, serviva e serve ben altro, non una “operazione simpatia”.