
Sono trascorsi esattamente 10 anni da quando, a fine giugno 2010, Pirelli ufficializzava il ritorno in Formula 1 dopo quasi vent’anni di assenza, ovvero dal Gran Premio del Canada del 1991 con cui si chiuse la collaborazione con la Benetton. E proprio nell’agosto di quell’anno iniziarono i primi test sulla pista del Mugello, con il pilota tedesco Nick Heidfeld in veste di collaudatore a bordo della Toyota TF109 delle sei mescole previste dal regolamento per il successivo campionato 2011.
Dieci anni di Pirelli (di nuovo) in F1
Inizialmente, l’accordo con la FIA prevedeva un contratto di durata triennale, dalla stagione 2011 fino al 2013, ma come sappiamo l’intesa è stata prolungata fino all’ultimo rinnovo (storia recente), che estende la collaborazione fino almeno al 2023 e affida quindi al brand della P Lunga anche il ruolo di guida nella fondamentale rivoluzione del passaggio a cerchi da 18 pollici al posto di quelli attuali da 13, più volte annunciata e rimandata, attualmente prevista per il 2022.
Le ragioni di questo “matrimonio” così lungo – in cui non sono mancati momenti di tensione o voci di
“tradimento”, con vari marchi concorrenti che sembravano essere intenzionati allo sbarco in F1, da
Michelin ad Hankook – sono ovviamente molteplici: da un lato, la FIA, i team e i piloti vedono in Pirelli un partner affidabile che propone soluzioni utili, che garantiscono continuità tecnologica e qualitativa alle scuderie in gara.
Le motivazioni di Pirelli
Per Pirelli, invece, la Formula 1 porta vantaggi: visibilità, innanzitutto, ma anche opportunità strategica di lavorare allo sviluppo di innovazioni tecnologiche e di prodotto da applicare anche alla gamma stradale. Non è un caso che, ad esempio, che il nome della linea di pneumatici calzati dalle monoposto di Formula 1 sia Pirelli PZero, che contrassegna anche gli pneumatici sportivi Pirelli da strada, in vendita in tutti i canali, compresi gli ecommerce come euroimportpneumatici.com.
Questo aspetto diventerà ancora più centrale con il passaggio a cerchi da 18 pollici, misura largamente
utilizzata nelle auto “di tutti i giorni”, che semplificheranno la trasmissione di informazioni dalla pista alla strada – e, a volte, anche nella direzione opposta – per il miglioramento della resa prestazionale e del comportamento degli pneumatici.
Da dove vengono le gomme della F1?
Il cuore e la mente di questo lavoro sono all’interno di un edificio particolare, il Centro di Ricerca e Sviluppo di Pirelli a Milano, nel quartiere Bicocca, dove opera il team di ingegneri e operai che immagina, studia, crea e testa gli pneumatici che poi vediamo sfrecciare in pista, necessari a scuderie e piloti che queste persone probabilmente non vedranno mai di persona.
La tecnologia offre un grande supporto per lo sviluppo delle gomme, perché attraverso i sofisticati macchinari Pirelli può ricavare una serie di numeri che permettono di predire la performance finale del prodotto, riducendo o azzerando la discrepanza con il collaudo soggettivo, grazie a misure sempre più realistiche e affinate.
Un esempio concreto è la macchina di deriva a nastro piano Flat Trac MTS, che permette una caratterizzazione completa della performance, simulando tutte le manovre, i carichi, i camber, le derive e le pressioni che uno pneumatico può incontrare per strada, così da offrire agli sviluppatori un carpet delle migliori prestazioni ottenibili.
Pirelli e Formula 1, grandi numeri
In concreto, la produzione degli pneumatici Pirelli per la F1 avviene nella fabbrica di Izmit in Turchia, mentre nel polo industriale di Settimo Torinese si lavora sulle mescole. Fino a qualche anno fa – e di sicuro prima di questa stagione così particolare – per ogni Gran Premio si mobilitava una squadra di 55 uomini della P Lunga, e ad esempio nell’arco dell’intera stagione 2015 (19 gare, 10 scuderie e 20 auto) Pirelli ha prodotto qualcosa come 38mila gomme per sfidare i vari tracciati.
Cosa succede alle gomme inutilizzate?
A proposito di quanto sta capitando in questa stagione 2020, c’è un episodio che ci fa comprendere ancora più a fondo la cura che l’azienda italiana dedica al circus: in seguito alla cancellazione del GP di Australia per le note vicende dell’emergenza Coronavirus, la Pirelli si è improvvisamente ritrovata con un carico di pneumatici da “smaltire”. La decisione della FIA è arrivata in extremis (a meno di due ore dall’inizio della prima sessione di prove libere), quando le gomme erano già praticamente pronte all’uso, e non è stato possibile riutilizzarle.
L’operazione per togliere la copertura dal cerchione ne stressa il tallone, e Pirelli ha voluto evitare ogni rischio e non pensare neppure a calzare nuovamente lo pneumatico, “perché le forze che agiscono sulle gomme sono molto intense” e avrebbero avuto effetti imprevedibili su prodotti già parzialmente compromessi.
E quindi, come avviene di norma per tutti gli pneumatici non utilizzati nei GP – soprattutto quelli da bagnato, spesso non necessari (e sono all’incirca 560 gomme per ogni tappa del calendario) – Pirelli li comprime e li invia nel Regno Unito, dove sono riciclati in una fabbrica di cemento, bruciati ad alta temperatura e facendo attenzione a limitare l’impatto ambientale.