
Quando ti chiami “Ferrari“, nulla è normale.
Il Mondiale di Formula 1 2020 è iniziato, per la Scuderia di Maranello, nel peggiore dei modi. La Ferrari SF1000 si sta dimostrando monoposto non competitiva, figlia di una involuzione tecnica da ricercare in vari fattori.
L’oscuro accordo segreto tra Ferrari e FIA (una macchia nella recente storia della Ferrari e della Federazione Internazionale dell’Automobile…), gli aggiornamenti regolamentari in fatto di motore e, in ultimo, gli interventi stessi effettuali dallo staff tecnico intesi del Cavallino hanno trasformato la SF90 in SF1000, ossia una vettura molto competitiva a vettura scarsa.
Charles Leclerc e Sebastian Vettel, quindi, faticano: il primo — anche approfittando di alcune circostanze favorevoli — è riuscito a racimolare due podi, il secondo — ormai separato in casa — sta subendo da parte del team un trattamento poco trasparente, oltre a patire particolarmente una vettura oggettivamente scadente.
La Ferrari, alla vigilia del GP del Belgio, ha sinora raccolto solo 61 punti (5° posto classifica Costruttori), frutto dei 45 punti ottenuti da Leclerc e degli appena 16 raggranellati da Vettel.
Immancabili, pertanto, le accuse, le controaccuse, le analisi e le controanalisi sulle ragioni di questo inatteso sprofondo rosso.
Insomma, come sempre accade, una Ferrari condannata a vincere. Al pari dei grandi sportivi e delle squadre di calcio più blasonate, anche la Scuderia di Maranello “non può” concedersi fallimenti o annate di vacche magre.
È giusto e corretto, tuttavia, pretendere sempre il massimo dalla Ferrari?
Ci addentriamo, invero, nel classico labirinto fatto di croci e delizie.
La Scuderia Ferrari — dall’alto della sua tradizione, dei suoi innumerevoli successi e di un blasone internazionale conquistato e costruito, sin dalla fine degli Anni ’40, in tutte le più importanti competizioni automobilistiche — ha sempre gli occhi puntati addosso.
Quando la Ferrari non vince, dunque, si consuma “la” tragedia sportiva per eccellenza. E quando la Ferrari stecca, iniziano i processi. Aspri (ed oltremodo esagerati) processi mediatici i quali influiscono sulle decisioni aziendali del Cavallino.
La Scuderia Ferrari è già incappata, dal 1950 ad oggi, in stagioni negative o in lunghe pause tra un titolo Piloti e l’altro. Ricordiamo, a tal proposito, il non entusiasmante 1960, il pessimo 1962 (anno che faceva seguito all’eccellente 1961), gli insipidi anni che vanno dal 1963 al 1968, il funesto 1969, l’altrettanto agghiacciante 1973, l’orrendo 1980 (che faceva seguito al trionfo del 1979).
Quindi, dal 1980 al 1999, la lunga pausa, un lungo arco temporale in cui la Ferrari alterna ottime stagioni a fallimenti, 3 titoli Costruttori (1982, 1983, 1999) a “zeru tituli” Piloti, sebbene accarezzati — e infine svaniti — in più di una occasione.
E anche in passato, come in questo 2020, le pacate analisi (nello sport, signori, si vince e si perde) lasciavano spazio a sedute — tanto interne quanto esterne alla Ferrari stessa — di psicoanalisi, arrovellamenti e tormenti interiori sovente ai limiti del surreale.
Ferrari condannata a vincere: croce e delizia per la rinomata Scuderia di Maranello, un Marchio senza eguali, un team inimitabile ma al tempo stesso emulato, Santo Graal di ogni pilota che voglia entrare aggiungere la classica ciliegina sulla torna alla propria carriera.
La storia ha andamento circolare e anche quella del motorsport non fa eccezione. In questo 2020, la Ferrari, gli addetti ai lavori e gli appassionati stanno vivendo situazioni già sperimentate in passato, anche recente.
A questa crisi di risultati seguirà una rifondazione, a sua volta susseguita da una nuova, futura crisi e immancabili polemiche.
Da Enzo Ferrari a Jonh Elkann e Louis Carey Camilleri, da Aurelio Lampredi a Mattia Binotto e Laurent Mekies: in 70 anni di F1, la Ferrari muta pelle ma non essenza.
Tra successi e sconfitte, diatribe interne e rivoluzioni manageriali, la Scuderia Ferrari palesa ciclicamente quei disagi aziendali dai quali non si impara mai.
È lo sport, signori: si vince e si perde, giacché gli avversari non stanno a guardare e gli errori si possono commettere. Lo sport del motore, inoltre, accentua vittorie e sconfitte, alla luce di una progettazione e di una gestione di un mezzo meccanico complesso e sofisticato.
Alla soglia dei 1000 GP in Formula 1, la Ferrari si svela per quel che è stata, è e sempre sarà: un’intramontabile leggenda le cui vittorie e sconfitte non sono mai semplici vittorie e semplici sconfitte.
Croce e delizia di un mito senza eguali.