
Domenica 9 agosto 2020. In questa strana stagione condizionata dal famigerato COVID-19, il tracciato inglese di Silverstone fa da palcoscenico all’inedito 70th Anniversary Grand Prix.
Si tratta del 1023° Gran Premio della storia del Mondiale di Formula 1. Una storia, come noto, iniziata un sabato di maggio di 70 anni fa.
Era il 13 maggio 1950 quando, ufficialmente, nasceva il Mondiale Piloti, organizzato con vetture di Formula 1. L’originario circuito di Silverstone, all’epoca, presentava caratteristiche assai diverse da quelle riscontrabili nell’attuale configurazione. Otto, veloci curve (Woodcote, Copse, Maggots, Becketts, Chapel, Stowe, Club, Abbey) collegate da altrettanti rettilinei. La linea del traguardo era collocata in corrispondenza del rettifilo posto tra la Abbey e la Woodcote.
13 maggio 1950: III RAC British Grand Prix e Gran Premio d’Europa. Erano previsti 70 giri per un totale di 325,430 km (circuito di 4,649 km). 9 agosto 2020: 70th Anniversary Grand Prix, una corsa disputata su 52 giri per un totale di 306,198 km (circuito di 5,891 km).
70 anni, una vita. Giuseppe Farina (Alfa Romeo 158) è il più veloce nel corso delle qualifiche: 1’50”8, alla media di 151,051 km/h. Lewis Hamilton, in occasione del GP di Gran Bretagna dello scorso 2 agosto, è in pole-position col tempo di 1’24”303, alla media di 251,564 km/h. Valtteri Bottas, ancora su Mercedes F1 W11, è autore della pole-position del 70th Anniversary Grand Prix: 1’25”154, alla media di 249,050 km/h.
Molto è cambiato da quel 1950. Ma qualcosa, della originaria essenza, è ancora rimasto.
L’automobilismo sportivo è cambiato, cambia e cambierà più volte forma; tuttavia, alcuni segni distintivi non muteranno mai. Se oggi assistiamo alla supremazia tecnica e sportiva del Mercedes AMG Petronas F1 Team, nel 1950 si assisteva al dominio (ancor più incontrastato) dell’Alfa Romeo. Dall’Alfa Romeo 158 alla Mercedes F1 W11: 70 anni di progresso tecnologico, 71 stagioni di F1, più di 1000 GP a separare le due vetture, così diverse ma così uguali nella quasi impareggiabile competitività. Nel 1950, la imbattibile 158 domina in lungo e in largo, imponendosi in 6 dei 7 GP in calendario (le vetture, infatti, non sono presenti alla 500 Miglia di Indianapolis).
Se all’epoca la prima fila era composta dalle quattro (e dico quattro…) Alfa Romeo 158 condotte da Giuseppe Farina, Luigi Fagioli, Juan Manuel Fangio e Reg Parnell, oggi la prima fila è appannaggio delle Mercedes F1 W11 di Valtteri Bottas e Lewis Hamilton. Chi, oggi, storce il naso di fronte al dominio Mercedes, dovrebbe fare un ripasso di storia delle competizioni…
Scorrendo classifiche, statistiche e filmati di quello storico GP di Silverstone del 1950, ritroviamo due nomi che ancora oggi riempiono e caratterizzano le cronache della Formula 1. Alfa Romeo, Pirelli.
Di quel vero, autentico, indipendente e vincente reparto corse Alfa Romeo non è rimasto nulla di nulla. Se l’Alfa Romeo 158 incarnava la più genuina espressione della sapienza tecnologica della Casa lombarda, l’attuale Alfa Romeo C39 motorizzata Ferrari — affidata a Kimi Raikkonen e Antonio Giovinazzi — rappresenta un fallimentare e vuoto tentativo di riportare in auge il Marchio del biscione, apponendo, su monoposto Sauber, adesivi Alfa Romeo.
Marketing funzionale al superficiale “tritacarne” dei social network e ai media compiacenti ma, ahinoi, contestabile (e, forse, persino contro producente) dal punto di vista dei contenuti e del ritorno di immagine.
Pirelli, dicevamo. Il rinomato gommista italiano ha attraversato, solido, 70 anni di Formula 1, tra alti e bassi, adii e ritorni. Oggi — nell’era di un opinabile regime di monogomma — impera incontrastata senza avversari; ieri, al contrario, doveva affrontare una tanto aperta quanto agguerrita concorrenza.
Silverstone 1950: Alfa Romeo e alcune Maserati (tra cui la ufficiale 4CLT/48 Officine Alfieri Maserati condotta da Louis Chiron) adottavano coperture Pirelli, in contrapposizione ad un mare di vetture gommate Dunlop e alla sola gommata Englebert (la Talbot Lago T26C Ecurie Belge affidata a Johnny Claes).
Alfa Romeo e Pirelli sono tra i pochi nomi che ancora legano la attuale F1 a quella del 1950. E la Ferrari? La Scuderia Ferrari debutta in occasione del successivo GP di Monaco del 21 maggio 1950, schierando quattro 125 per Peter Whitehead (iscritto privatamente), Luigi Villoresi, Alberto Ascari e Raymond Sommer.
Maserati, Maserati Milano, ERA, Talbot Lago, Alta: costruttori del tutto scomparsi dalla scena automobilistica o — come nel caso di Maserati — non più impegnati da decenni in F1.
Dalla F1 dei “Cavalieri del Rischio” — ormai adulti nel fisico e nello spirito — agli inflazionati “team radio” di piloti iper-controllati e iper-esposti a livello mediatico ancora (e forse sempre) “bambini” nei modi; dal genuino politicamente scorretto del motorsport e della società che furono al tedioso, artefatto politicamente corretto dei triti e stucchevoli hashtag che campeggiano sulle carrozzerie delle auto, delle strumentali “lotte politiche” a suon di arcobaleni e auto color argento diventate nere, degli “End Racism” a senso unico e degli slogan molto social e tutta apparenza; dalle molteplici interpretazioni tecniche frutto di regolamenti tecnici ridotti all’osso a monoposto le cui peculiarità tecniche vengono dettate e imposte da regolamenti in formato Divina Commedia.
Tutto ciò (e non solo), realizza un solco netto tra la F1 di allora e quella contemporanea.
Altri aspetti, invece, non cambiano mai. La Formula 1, oggi come ieri, costituisce uno degli apici del motorismo internazionale. Apice che, senza dubbio, incarna in quanto a pure prestazioni. Le vetture di F1 odierne, nonostante le innumerevoli standardizzazioni e gli altrettanti vincoli, sanno affascinare e strabiliare, dall’alto della loro sopraffina e sovente esasperata tecnologia, della loro bellezza estetica e di esuberanti prestazioni fuori dell’ordinario.
Competizione tecnica, ma anche umana. Piloti sì troppo spesso “bambini” nei modi ma indiscutibilmente talenti del volante. Parliamo, infatti, di piloti di assoluto calibro, in grado di portare al limite vetture che — contrariamente a quanto si possa immaginare — sono tutt’altro che agevoli da condurre al limite.
Falso, quindi, il postulato che vuole gli attuali piloti meno bravi e capaci rispetto ai colleghi “di una volta”.
Un 70° anniversario che, purtroppo, coincide con 2020 disgraziato sotto l’aspetto socio-sanitario. Pubblico lontano dai circuiti, lo spettro di un virus subdolo ad inquietare il prosieguo del campionato. Un anniversario che, ancora purtroppo, vedrà i GP di Monza, Mugello e Imola privi di spettatori sugli spalti e sui prati.
Anche il Mondiale di F1 2020 è iniziato sotto una buona stella. Gare vive, una lotta in pista godibile e incerta, auto e piloti di assoluto livello.
Della F1 di 70 anni fa è rimasta vivida memoria. Cosa resterà, fra 70 anni, della F1 del 2020, beh, lo scoprirete (e sottolineo il voi) solo vivendo.