
Quest’anno non c’è stato bisogno di bambini in lacrime per aggiungere pathos al Gran Premio di Spagna. Intanto, di lacrime ce n’erano già a sufficienza: erano quelle dei ferraristi, manager, ingegneri, piloti, tifosi, magazzinieri e cappellani, tutti. E poi, con una Mercedes così, capace di annullare perfino l’interesse nei pronostici, l’unico concetto che non si può accostare a gare simili è proprio quello di emozione profonda, di pathos, appunto. Il dominio Mercedes ha ucciso il campionato, le ambizioni della Ferrari e lo spettacolo tutto. Affranti, ne danno il triste annuncio spettatori, scrittori, gestori di pagine e blog, giornalisti e intrattenitori.
A proposito di emozione profonda… L’altro giorno ho finalmente potuto vedere il film dedicato a Bruce McLaren, una storia, la sua e quella della scuderia che fondò, che trasuda genio, temerarietà, abnegazione, amore, audacia e purezza. Gente cresciuta in un Paese remoto capace di assemblare, con mezzi di fortuna, una squadra competitiva, attingendo alla propria superiore capacità di adattamento e alle doti poliedriche del proprio fondatore, uno che non avrebbe nemmeno potuto camminare e che, invece, riusciva a correre in auto, vincere gare e campionati a cavallo di tre continenti, progettare e costruire monoposto e gestire una scuderia di Formula Uno… Ecco: dimenticatevene! Oggi – e non da oggi! – questo non è più uno scenario realistico. Non si può sperare di mettere in pista una monoposto vincente applicando una combo di manualità e “fiuto per la meccanica” così come non ci si può appellare allo spirito del singolo, alla propria storia o agli slogan – Mission Winnow, non ci arrenderemo maaaaaiiii! – per convincersi di poterlo fare: capito Ferrari?
In uno scenario in cui noi dovremmo fare le domande e loro dovrebbero – quantomeno cercare di – avere le risposte, Mattia Binotto ammette, in maniera chirurgicamente disarmante, che non solo non sanno come correggere i malanni della SF90H ma che probabilmente hanno sbagliato il concetto di vettura. Ah. Dritto al cuore, insomma. Comunque apprezzabile, perché meglio una scartavetrante ammissione che un artificioso nascondersi dietro maldestre scuse, teste basse e piedi a terra.
In passato, su queste pagine mi sono interrogata sul fatto che per la Ferrari non poteva essere questione di un uomo solo tornare a vincere e che si sbagliava a trascurare il fatto che, se la Ferrari, in questo 2019, poteva essere forte, la Mercedes, dal canto suo, potesse essere fortissima. Mi auguro che finisca presto il tempo delle analisi e inizi il tempo dei fatti, perché perfino una pessima soluzione è meglio di nessuna soluzione.
Si badi bene: questa non è l’ennesima invettiva contro la Ferrari, ma solo la riflessione di un osservatore. Se prima il Cavallino si trovava nella scomoda posizione di inseguitore con l’affanno, alle prese con problemi di monoposto e di struttura, ora è scivolata in un paradosso “ambientale” per cui qualunque cosa si dica o si faccia in quel di Maranello è salutata da feroci critiche e disillusione, oltre al ben più importante paradosso tecnico in cui galleggiano da inizio campionato. Mercedes è in una botte di ferro: anche se commettesse un passo falso, anche se fallisse, ha comunque scritto la storia dell’automobilismo recente. Perfino Red Bull è messa meglio: possono sbandierare il talento di Verstappen e Newey, male che vada potranno dare la colpa al motorista, anche se sbagliano qualcosa nel telaio (n.d.r. non è una battuta: Helmut Marko lo ha già fatto).
Sulla Ferrari gravano il peso dell’illusione prestazionale e pre-stagionale, l’ansia delle aspettative, il dovere di non dilapidare il talento di Vettel e Leclerc – oltre che quello di tecnici, ingegneri e meccanici – e la responsabilità di aver contribuito, con i propri risultati mediocri, una volta tolta la lotta dalla pista, alla morte dello spettacolo. Non perderà per questo il sostegno dei tifosi, perché quelli veri hanno buona memoria e non si scoraggiano per questo, ma è indubbio che il destino della Ferrari è legato a doppio segno a quello della Formula Uno e la disaffezione generale per un intero movimento non è un buon segnale per nessuno, in primis per il Cavallino.
Verrebbe da chiedersi, parafrasando uno slogan che – fuori di metafora – molto… fumo e poco arrosto ha prodotto finora: qual è la missione, ora? What’s the mission now?
Oppure è il caso di cominciare a dare qualche risposta, più che continuare a farsi domande.
