Nico Rosberg porta al successo la Mercedes F1 W03. Fermi tutti! Immancabili quanto stonati gli allacci al passato. Questa “Mercedes” annacquata non vale la vera Mercedes che fu.
E ti pareva. Nico Rosberg vince il grigio (dal colore del cielo alla gara) GP di Cina, portando al successo la nuova Mercedes. Nuova Mercedes, appunto. Grazie al trionfo della F1 W03 motorizzata Mercedes F0108Z, la Casa della stella a tre punte marca il primo, sudato successo dall’anno del proprio rientro in F1 (2010) in qualità di costruttore totale.
Immancabili gli agganci al passato, snocciolati da telecronisti, commentatori TV e carta stampata. Ma attenzione: la nuova Mercedes, salvo il nome e poco altro, è lontana parente della Mercedes alla quale tutti, ora, fanno riferimento, ossia quella degli Anni 50. Statistiche alla mano, quella di Rosberg sarebbe la decima vittoria in Formula 1 per la Mercedes, comprese le 9 ottenute tra il 1954 e il 1955. Le fredde statistiche recitano così. Amen, ce ne faremo una ragione. Tuttavia, i soli numeri non incarnano la verità assoluta.
Eh già. C’erano una volta le Benz e Mercedes Rennwagen, c’era una volta la Mercedes schiacciasassi degli Anni 30, pappa e ciccia col regime nazista (anche l’Auto Union riceve finanziamenti dal governo hitleriano) e in grado di realizzare (anche senza l’ausilio dei Marchi con la svastica) strabilianti vetture da competizione che ancora oggi fanno impallidire qualsiasi Red Bull, Ferrari e McLaren messe insieme: dalla W25 alla W125, dalla W154 alla W165. Capolavori, punto. C’era una volta la Mercedes del “generale” Neubauer e del genio Uhlenhaut, c’era una volta la Mercedes del miracolo economico tedesco, della rinascita dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale, della rinnovata sfida alle Alfa Romeo e Maserati, alle quali si aggiunge la neonata Ferrari. E puntualmente, manco a dirlo, la Casa di Stoccarda le risuona a tutti, italiani, francesi, inglesi. Per la serie “alla-faccia-vostra”, i tedesconi colpiscono duro e martellano la concorrenza, stendendola al tappeto: le Mercedes sono tornate più forti che mai (e non erano i soldi svasticati a rendere possibili i trionfi prebellici…). Le “frecce d’argento” vincono nelle ruote coperte e nel biennio 1954 (da spartire con la Maserati 250F)-1955 conquistano con una facilità disarmante il Titolo Mondiale di Formula 1 con Juan Manuel Fangio. Via, poche storie: la W196R è un trionfo di tecnologia allo stato cristallino. Irraggiungibile, inimitabile, imbattibile. L’ennesimo capolavoro.
Come la guerra nel 1939, la strage alla 24 Ore di Le Mans 1955 stoppa, ancora una volta, le mire espansionistiche (sportive, si intende) della Casa tedesca. Basta con le corse. Finisce un’era. Trascorrono anni di silenzio, poi la lenta rinascita. Ma a quel punto, la Mercedes-Benz gioca a fare il “furbetto”, il ruolo dell’affermato colosso automobilistico che guarda alla finestra con occhio vispo e scaltro, pronto ad annusare profumo di vittoria e convenienza. Accade con la AMG prima (azienda fondata da Hans Werner Aufrecht e Erhard Melcher nel 1967, dal 1999 ufficialmente integrata a Mercedes), accade con Sauber poi. È ancora fortuna e gloria. E va a finire che il “lupo” Mercedes si fa fuori tutto il banchetto, accaparrandosi tutti i meriti tecnici e sportivi dei successi delle proprie vetture nelle competizioni Turismo e DTM e nel Mondiale Prototipi Gruppo C. Clamorosa l’”invasione” della svizzera Sauber (che anni dopo subirà un’altra “invasione” tedesca, ma di BMW in F1): ed ecco che magicamente le Sauber diventano “Mercedes”, pure verniciate d’argento e con tanto di stellona a tre punte ben in evidenza. Di Sauber, meglio non parlarne…
Di Mercedes, in verità, vi sono solo i motori e un po’ di quattrini. Intanto, inizia la collaborazione con la inglese DPS Composites per la realizzazione dei telai.
Carpe diem. Eccome se lo “carpa” questo “diem”, la Mercedes! Prima si “pappa” la Ilmor, azienda motoristica d’eccellenza fondata da Mario Ilien (altro svizzero niente male, proveniente dalla Cosworth) e Paul Morgan, già legata a General Motors e al Marchio Chevrolet. La Ilmor progetta, la Mercedes-Benz ci mette il nome: si sbarca in Formula 1 con l’amico Sauber, quindi si approda ala CART americana, poi inizia il lungo sodalizio con McLaren in Formula 1. E via, altro champagne e corone d’alloro, in CART, in Formula 1. E va da sé che la Mercedes-Benz, dall’alto del proprio peso politico, impone ai team “satelliti” nome, colorazione, stemmi e qualsiasi altro capriccio pubblicitario le passi per la zucca. Le McLaren si trasformano in bellissime “frecce d’argento” (così soprannominate da telecronisti eccessivamente compiacenti…) ed esibiscono stelle a tre punte grandi quanto una ruota (il marchio McLaren si fa sempre più microscopico…), le Penske e le Reynard CART paiono Mercedes a tutti gli effetti: anche sulle loro carrozzerie, gli stemmi della Casa tedesca campeggiano incontrastati (pure al centro del volante compare una sleppa di stellona!). È la forza (o arroganza?) tipica delle grandi Case automobilistiche.
E si arriva ai giorni nostri. Seguite. In origine era la Tyrrell (sede a Long Reach, Ockham, nel Surrey), deceduta a fine 1998. Subentra la British American Racing e la sede trasloca a Brackley, sempre in Inghilterra. Sparita la BAR (motorizzata Honda), “mamma” Honda si prende tutto il malloppo: buona la stagione 2006, poi il disastro. La Casa nipponica zitta zitta, quatta quatta abbandona la Formula 1 e nel 2009 nasce la Brawn GP, diretta da Ross Brawn: titolo mondiale, alè! La Honda ancora si mangia le mani. La Mercedes, quindi, raddoppia: non più solo motorista (McLaren, Force India, Brawn GP), ma costruttore totale. Sì, vabbè…
Nel 2010, la Brawn GP lascia il campo alla cosiddetta Mercedes GP, con sede a Brackley, Northants.
La storia è storia. Di Mercedes, oggi, c’è molto poco. La Mercedes ha fatto scelte legittime: assorbire team e aziende già in essere, sposarsi a factory già vincenti. E, in pieno stile “fate largo che passo io” (modo di agire tipico dei colossi automobilistici, nessuno escluso), ha messo nome e faccia, prendendosi tutti i meriti dei successi (fortuna loro che hanno vinto…). Scelta legittima, appunto.
Ma da una grande Casa quale è Mercedes ci si attenderebbero modalità di sfida ben diverse.
La Mercedes-Benz non ha avuto il coraggio di osare fino in fondo. Ha optato, dunque, per la soluzione più comoda: assorbire team e strutture già esistenti anziché realizzare ex novo un team più spiccatamente erede del reparto corse iridato nel 1954 e 1955. Come la Force India e come innumerevoli altre piccole e medie scuderie del passato, presente e futuro. Non solo: l’attuale team Mercedes impegnato in Formula 1 paga dazio anche nei confronti dell’AMG Mercedes impegnato sul finire degli Anni 90 nel FIA GT e alla 24 Ore di Le Mans con alterne fortune grazie alle bellissime CLK-GTR, CLK-LM e CLR.
Senza dubbio, l’identità dell’attuale team Mercedes di Formula 1 risulta appannata, annacquata, fiacca, spenta, figlia di una mera operazione di marketing. Vedete, non è la sede geografica o la città natale dei tecnici e dei manager a determinare la autentica identità di un reparto corse e di una qualsivoglia Casa. La Toyota, come noto, detiene il proprio braccio sportivo europeo a Colonia, ove ha sede il Toyota Motorsport GmbH. Evidentemente, non stiamo in Giappone, bensì nel cuore della Germania. Tuttavia, non si può dire che non sia Toyota al cento per cento!
Purtroppo, le grandi Case automobilistiche hanno del proprio DNA un quid di arroganza, opportunismo e prepotenza sovente davvero insopportabile. È storia vecchia, gli esempi si sprecano. Ma ne vogliamo citare uno per tutti, che esula dalla Formula 1 ma che, tuttavia, rende bene l’idea. Tra la fine degli Anni 80 ed il 1993, la AAR (All American Racers di Dan Gurney) si cimenta nella IMSA GTP con i Prototipi Eagle. Questi erano motorizzati Toyota, la quale, da diversi anni, collaborava con la factory statunitense. Ebbene, sulle carrozzerie facevano bella mostra enormi scritte “Toyota” e, oggi come ieri, ancora si parla (erroneamente) di “successi della Toyota nella IMSA GTP”…! L’arroganza delle grandi Case è in grado di riscrivere la storia.
La Mercedes di Ross Brawn, Rosberg, Schumacher e soci, lo si percepisce chiaramente, è in cerca di identità. Essa cerca disperatamente di riallacciarsi al glorioso passato, tuttavia le buone intenzioni non bastano.
Rinsaldare il filo tecnico e storico con il passato, antico o recente, assorbendo la Brawn GP (cioè la ex Honda, cioè la ex BAR, cioè la ex Tyrrell) non è stata una mossa azzeccata. Pensateci un momento: cosa accadrebbe, per assurdo, se la Ferrari assorbisse, per campare, un altro team, continuandosi a chiamare Scuderia Ferrari? Ovvio, sarebbe l’apocalisse.
Scritto da: Paolo Pellegrini
