
Tre vittorie, nove pole positions e 19 podi totali; secondo posto nella classifica costruttori e un quarto e quinto in quella piloti. Questo è il riassunto in numeri del 2019 della Ferrari; numeri che possono dire tutto ma in realtà non dicono niente. Questo campionato, per la Rossa, è stato anche più difficile di quanto i numeri, abbastanza impietosi, mostrino già, specie se ci si ricorda di fine febbraio, inizio marzo, delle parole e dei sorrisi a trentadue denti dei test di Barcellona.
Le premesse per questa SF90 erano ben altre: una macchina che si era subito presentata bene, già in forma, sicuramente più pimpante rispetto alla Red Bull e alla Mercedes con quest’ultima che, però, per il primo gran premio della stagione ha avuto l’umiltà di fare marcia indietro e si è presentata con un’auto in grado di essere dominatrice nella prima parte di campionato. Si, l’umiltà di una squadra che vince titoli piloti e costruttori dal 2014. Si può solo che guardare e imparare.
L’unico squillo Rosso della prima metà della stagione è stato di Charles Leclerc in Bahrain, il cui urlo di gioia è stato strozzato sul nascere da un problema di affidabilità che lo ha privato di una vittoria più che meritata. Da questo momento in poi, però, nasce qualcosa tra i tifosi della Ferrari e questo ragazzino con la faccia pulita. Un fenomeno di pilota che riesce a trasmettere qualcosa di intangibile ed inspiegabile in tutte le generazioni. E’ nata la Leclerc mania.
Charles dovrà aspettare fino al Belgio per lasciare andare la sua gioia per la prima vittoria; una gioia contenuta dalla morte in pista del suo amico Anthoine Hubert in Formula 2 il giorno precedente. La successiva domenica di Monza, però, succede qualcosa di bello e leggendario allo stesso tempo: dopo aver resistito un’intera gara davanti a Lewis Hamilton prima e Valtteri Bottas dopo, Leclerc fa esplodere letteralmente l’autodromo con un successo Ferrari che tra le curve amiche mancava da 9 anni. E’ una gioia immensa ed una liberazione, oltre che il suggellamento di un legame tra il principino monegasco e il popolo Rosso che si fa indissolubile. Forse l’unica certezza e nota lieta di questa stagione della Ferrari, una sicurezza per il futuro anche se deve ancora migliorare nella gestione della gara. Il ragazzo si farà anche se ha le spalle strette, ma si farà.
E Sebastian Vettel? Più bassi che alti. La sua crisi esistenziale ha avuto dei picchi preoccupanti se si comparano le sue prestazioni a quelle del suo ben più giovane e inesperto compagno di squadra. A volte non riesce a sopportare la pressione, sente lontana la squadra e, forse, avrà anche pensato di chiudere con le corse, magari durante uno dei suoi momenti più neri. Le dimostrazioni della sua classe, però, si sono avute soprattutto in Canada, con una gara scippatagli dalla direzione gara, nella vittoria di Singapore che ha illuso la Ferrari e i suoi tifosi di avere tra le mani la macchina migliore del lotto, e la magnifica pole position di Suzuka, un capolavoro degno dei suoi tempi migliori.
Ma c’è anche da annoverare il patatrac del Brasile in cui la colpa è sì mediamente condivisa con chi condivide il box, ma l’indicatore delle colpe punta più verso Seb: insomma, ancora troppi errori, troppe cadute psicologiche che rischiano di minare il suo ruolo di leadership all’interno della squadra, già traballante. Nel 2020 gli si chiede una reazione, forte, decisa. Ancora una volta, l’ennesima.
Ma il prossimo anno le discussioni sui piloti saranno inutili se la macchina si confermerà non al livello della Mercedes e della Red Bull: non basta più avere la Power Unit migliore, ma serve una spinta forte nelle aree più delicate, ossia il carico aerodinamico, specie nelle curve a media e lenta velocità. Le enormi difficoltà incontrate dalla SF90 nell’ultimo settore di Abu Dhabi ne sono la prova.
Il dominio degli uomini di Brackley potrebbe restare al sicuro anche perché nel 2020 i regolamenti rimarranno stabili e non ci sarà un grande margine di miglioramento per le vetture: il rischio, inoltre, sarà quello di concentrarsi troppo sulla stagione del cambiamento, il 2021, addormentandosi nello sviluppo della macchina. Le parole d’ordine sin da febbraio, comunque, saranno zero proclami, oltre che testa bassa e lavorare per citare il sempreverde Maurizio Arrivabene: la delusione di quest’anno ha insegnato tanto sia al team che ai tifosi.
I test servono solo per lo sviluppo della macchina all’interno del team e il confronto con gli altri è totalmente senza senso: capirlo meglio tardi che mai. Servirà umiltà e duro lavoro per contrastare il dominio di Lewis Hamilton.
Eh già, un nome che in questi giorni è sempre più accostato a Maranello per il 2021 anche grazie alle velate aperture di Mattia Binotto e dello stesso Lewis che non ha mai nascosto di voler concludere la sua carriera in Ferrari. Queste però, sono voci di corridoio che rischiano di impazzare per tutta la stagione con il nefasto risultato di infastidire i due piloti titolari e tutto l’ambiente. Un presente difficile e un futuro tormentato. Che ne sarà della Rossa?